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L’eden di Kafka



Grandi autori hanno imposto il loro stile narrativo all’immaginario delle città.

Una cartolina color seppia è quella che emerge dalle descrizioni colte e raffinate degli scrittori stranieri che hanno fatto tappa a Milano durante il Grand Tour. Grandi autori  come Stendhal, Lord Byron, Goethe, Dickens, Henry James, Mark Twain, Edith Wharton, hanno imposto il loro stile narrativo all’immaginario della città. Passavano da Milano alla ricerca del sublime, di quello che Byron definiva “il fatal dono della bellezza” e anche se non sempre lo trovavano, scontrandosi con l’aspetto austero della città, trovavano per lei parole ricercate, mai banali. “L’ultima delle capitali prosaiche” – come ha scritto Henry James – anziché la prima delle poetiche finiva per concentrare il suo appeal “globale” nel Duomo.

I Grand-tourists adocchiavano la madonnina già da lontano, come racconta ironico Mark Twain, mentre arrivavano dopo un viaggio lungo e faticoso attraverso le Alpi in carrozza, a cavallo e si figuravano “la montagna di marmo bianco” di cui diceva Goethe e, a loro volta, la descrivevano estasiati. I “must see”, oltre alla cattedrale, erano il Cenacolo, “tutto sbiadito”, la biblioteca Ambrosiana, Sant Ambrogio, le colonne di San Lorenzo e, immancabile, la Scala. Pochi si avventuravano oltre i percorsi classici in cerca di autenticità. Edith Wharton, autrice di “L’età dell’innocenza”, si forza di trovare angoli pittoreschi attraverso i quali allacciare un colloquio con i fantasmi del passato.

Alcuni cercavano in Italia un rifugio dall’ostracismo, altri cercavano solamente un esilio dai regimi…

Ma l’unico che davvero incontra qualcosa di pittoresco è Kafka che registra il suo incontro con una prostituta “che imperiosa infila nella calza il denaro appena guadagnato”. Alcuni cercavano in Italia, oltre alla bellezza, un rifugio dall’ostracismo, o dal puritanesimo di casa loro, come Oscar Wilde, Percy Shelley, che morirà a Lerici pochi mesi dopo aver visto Milano, David H. Lawrence, o il newyorchese Henry James. O Virginia Woolf che lapida Milano con uno stringato “nulla da dire”. Altri  cercavano un esilio dai regimi che incombevano sulle patrie lontane.

La visione della città che traspare in questi racconti è influenzata dall’umore tetro degli autori. Fëdor Dostoevskij fece tappa a Milano per fuggire dalla polizia che lo inseguiva per via dei debiti. Era il 1867 e l’autore di “Delitto e castigo” stava cercando di terminare “L’idiota”, il suo romanzo più autobiografico, e non aveva né tempo né voglia di ammirare il Duomo. Quarant’anni dopo, nel 1909, anche il poeta russo Aleksandr Blok passò da Milano guardando la città  senza vederla, depresso, angosciato dalla censura bolscevica e dal rapporto difficile con la moglie Ljuba Medvedev. “Lo stile di vita qui è insostenibile – scrive nel diario – non ci facciamo foto io e Ljuba perché non sopportiamo più le nostre facce“. Poi spiegherà che una parte del carattere cupo di quelle impressioni era  da attribuire a se stesso: “perché gli incubi russi non si possono affogare neppure nel sole italiano”.

I tedeschi furono meno propensi a trovare il bello di Milano

Gli scrittori tedeschi furono meno propensi degli anglosassoni a trovare il bello a Milano. Freud, nel 1905, definisce la città “biliosa”, Hermann Hesse registra la sporcizia e la confusione. I viaggi letterari degli stranieri riprendono dopo le due guerre novecentesche. Ma ormai sporadici. Negli anni 50 si arriva a Milano con l’elegante treno Settebello, oppure in auto, l’epoca del Grand Tour aristocratico o bohemien è finita. Esce il Viaggio in Italia di Guido Piovene (1957) che racconta la sua versione di Milano (e dell’Italia) e diventa il punto di riferimento di un nuovo tipo di diario: il reportage. Sono gli anni del boom e viaggiare in Italia alla ricerca di una trama di vecchie citazioni su cui basare la proprie impressioni non va più di moda. Si parla piuttosto del traffico e dello smog. Il francese Jean Jono si permette di scrivere che il duomo è una “caccola”.

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