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Camera con vista a Cortina d’Ampezzo



Edward Morgan Forster in Dolomiti

Edward Morgan Forster, l’autore di romanzi ‘indimenticabili come Camera con vista, Casa Howard e Passaggio in India concepì uno dei suoi primi racconti a Cortina d’Ampezzo. Il racconto intitolato “The eteranl moment” come spiegò lui stesso   “sebbene abbia una trama veritiera è una meditazione su Cortina d’Ampezzo”.   E.M Forster visitò Cortina nell’agosto 1902: si era  appena laureato a Cambridge  ed era in viaggio per l’Italia in compagnia della madre.  Nel lungo tour italiano visitò la Toscana (Firenze e San Gimignano), Roma, Ravello, la Sicilia e infine Cortina. Vi tornò poi una seconda volta nel 1904 e li sviluppò la novella che pubblicò l’anno dopo sull’ “Independent Review”.

Cortina belle époque

Del racconto autobiografico emerge un ritratto inedito della futura Perla delle Dolomiti e dei suoi frequentatori, un villaggio contadino affollato di turisti inglesi ed americani, dove persino il campanile, appena costruito, viene messo a tacere per non disturbare. La protagonista, Miss Raby, è un’anziana scrittrice che in gioventù ha pubblicato un romanzo di grande successo dedicato proprio a Cortina (Vorta nella novella). Miss Raby  torna a Cortina/Vorta dopo vent’anni per constatare come  è cambiata la località proprio a causa del suo libro.  E per ritrovare un montanaro che fu il suo primo grande amore.  Dietro gli occhi della protagonista ci sono quelli di Forster,  viaggiatore letterario, omosessuale ipersensibile, che di lì a poco scriverà il suo primo capolavoro, Camera con vista.

La dogana

“In quel momento attraversavano la frontiera. Su un ponticello nel folto degli abeti si drizzavano due pali, l’uno dipinto in bianco, rosso e verde e l’altro in giallo e nero”.«Ecco la Dogana», avvertì il colonnello Leyland, cambiando argomento. Eccoli giunti nella terra dell’Ach e dell’Fa. La signorina Raby sospirò; ché ella amava i latini, come si addice a coloro che non hanno fretta. «Per sette miglia continua la lingua italiana», disse lei, cercando di consolarsi come fanno i bambini.

A prima vista

Forster descrive il villaggio che gli spalanca davanti come una grossa nave:

Uscendo dai cupi boschi, emergevano in una valle dai pendii rivestiti di prati smeraldini che l’uno nell’altro ondulavano, si fondevano, dispiegandosi. Mantenendo sempre tuttavia una tendenza verticale, sì che la roccia esplodeva da settecento metri buoni di verde levandosi in grandi montagne i cui pinnacoli apparivano fragili nella limpidezza della sera. […] Lontano, su per la valle, ondeggiava sulle increspate praterie un grosso borgo, simile a nave bianca sul mare; a prua, di rinforzo a una brusca discesa, si levava maestosa una torre di pietra grigia, nuova nuova. Mentre la guardavano, prese voce e disse cose meravigliose alle montagne, che le risposero.

Il campanile più bello di quello di Venezia

Il primo incontro dei viaggiatori è con il campanile della basilica dei santi Filippo e Giacomo, che a quei tempi era nuovo, eretto dall’architetto Silvestro Franceschi  al posto di una precedente torre campanaria cinquecentesca,  e a Forster sembra “simile al campanile di Venezia, solo più bello”.  L’architetto aveva realmente cercato ispirazione al sud e ora, fra le montagne, si levava una torre affine a quella che un tempo si levava alla soglia delle lagune.  

 

I grandi alberghi e i turisti anglosassoni

La Cortina che Forster narra è piena di alberghi di lusso destinati ad accogliere un turismo aristocratico internazionale: inglesi, americani e tedeschi che si dedicano al tennis, alle passeggiate o alla mondanità. Nessuna segnalazione di turisti italiani.

 Una giovane parlava con la madre di vestiti da sera. Giovanotti armati di racchette conversavano con altri giovanotti muniti di alpenstock. A questo punto, un dito di fuoco traversò le tenebre scrivendo: Grand Hôtel des Alpes. «Ecco la luce elettrica!», disse il conducente, alle grida di meraviglia dei suoi passeggeri. La Pension Belle Vue spiccò sullo sfondo di una pineta; le rispose dalla sponda del fiume, l’Hôtel de Londres. La Liebig e la Lorelei si fecero rispettivamente annunciare da luci verdi e ambrate. Tale sfoggio aveva luogo ogni sera, limitatamente alla stagione turistica e all’arrivo della diligenza. Una volta allogato l’ultimo cliente, le luci si spegnevano e gli albergatori, soddisfatti o maledicenti, si ritiravano a fumarsi il sigaro.

L’albergo al quale scendono Miss Ruby e il suo accompagnatore è il tipico grande albergo di quei tempi: tutto boiserie, vetrate e terrazze panoramiche. Il Des Alpes

L’Hôtel des Alpes era un enorme edificio che, dato il suo materiale di costruzione, il legno, evocava uno châlet dilatato. Impressione immediatamente corretta da una costosa e maestosa terrazza panoramica, le cui pietre squadrate si vedevano miglia di distanza e dalla quale, come da un imponente serbatoio, ruscellavano, diffondendosi per l’adiacente campagna, sentieri asfaltati.

A Miss Raby non piacciono i frequentatori dell’albergo che vede in sala da pranzo: americani, inglesi e ricchi tedeschi mangioni. Ma d’altronde è colpa del suo romanzo se tutti questi turisti affollano a Vorta/Cortina perchè l’anno anno stesso della pubblicazione:

Lady Anstey, la signora Heriot, il marchese di Bamburgh e numerosi altri partirono alla scoperta di Vorta-Cortina, il paese che faceva da sfondo al romanzo. A un entusiastico ritorno, seguì la mostra di acquerelli di Lady Anstey, l’articolo della signora Heriot (patita di fotografia) sullo «Strand» e una lunga descrizione del luogo a opera del marchese di Bamburgh, questa volta sul «Nineteenth Century», sotto il titolo Il contadino moderno e la sua visione del cattolicesimo romano.Grazie a tali premurosi sforzi, Vorta/Cortina divenne un paese in voga, la villeggiatura originale di chi si vuole distinguere e fa da pioniere agli altri.

L’affresco di Tiziano

Miss Raby  lascia allora l’Hotel Des Alpes per recarsi al vecchio e più autentico Hotel Biscione, dove era stata vent’anni prima. Non lo trova molto cambiato. Sulla facciata rivestita di legno c’è ancora  la pittura col drago che inghiotte il bambino, lo stemma del milanese Visconti, che con tutta probabilità era antenato dei Cantù (i proprietari) . E nella sala dell’albergo c’è ancora il famoso affresco attribuito a Tiziano.

Scoperto nel corso di certi lavori di riparazione, mostrava, malgrado i danni subiti qua e là alla superficie, colori ancora vividi e attraenti. La signora Cantù soleva attribuirlo ora a Giotto, ora a Tiziano, dichiarando che nessuno riusciva a interpretarne il significato; invano artisti e professori ci si erano scervellati. Così diceva lei, per un suo gusto personale; quel significato, perfettamente palese, le era stato spiegato più volte. Le quattro figure erano sibille, ognuna delle quali presentava la sua profezia della Natività. Quale fosse la ragione prima che aveva indotto l’ignoto pittore a eternarle lassù fra quelle montagne, all’estremo confine dell’arte italiana, rimaneva un mistero.

 Miss Raby vagabonda per Cortina senza vedere quasi le montagne che la circondano, alla ricerca dell’indefinibile corruzione che nasce dopo il  passaggio di una folla.

Anche in quell’ora della giornata l’aria era graveolente di cibi, di bevande, ai quali si mescolavano odor di polvere, di tabacco e di cavalli stanchi. La stagione finora poco propizia alle escursioni, costringeva all’attesa giovani guide in eleganti completi Norfolk, che passeggiavano su e giù, oziosamente.

Le Dolomiti come Belve

Forster narra il paesaggio dolomitico con un tono diffidente ed enfatico  molto diverso da quello preciso e ammirato della sua conterranea Amelia Edwards in Utrodden Peack and Inviolated valley’s.  Le montagne per Forster non sono belle non sono affascinanti  piuttosto sono “malfamate, sono “belve” e originano disastrose frane che travolgono le case e le persone.

Dal suo posto, la signorina Raby vedeva gli erti strapiombi ai cui piedi correva la strada da loro percorsa il giorno prima; e al di là di quelli, l’Italia: Val d’Aprile, Val Senese e le montagne cui aveva messo nome «Le Belve del Sud». Montagne che durante il giorno avevano l’aspetto insignificante di remoti massi in pietra bianca o grigia, nel sole della sera si trasfiguravano e abbrancavano il cielo meridionale come proterve figure di orsi purpurei.

Ora il veicolo affrontava lo zoccolo  della malfamata montagna. La strada, una massicciata composta dai detriti staccatisi dal pendio e che tuttora ne franavano, aveva inciso nei boschi di pini lunghi sfregi devastatori, fiumi di bianca pietra.

Sotto la verde pelliccia dei prati si aduna una massa d’acqua sotterranea, così come si forma un ascesso sotto la pelle. Si nota un gonfiore sul declivio, fino al giorno in cui il gonfiore scoppia, sfogando in un lento ruscello di fango e sassi. Finché l’intera zona sembra imputridire; da ogni parte vedi l’erba che s’incrina e cede in crepe inverosimili, gli alberi ingobbiscono, crollano granai e casette, tutta la bellezza disfacendosi gradualmente in un’informe poltiglia che scivola a valle, dove finirà dilavata e portata via da qualche fiume.

 

 

 

 

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