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Arpad Weisz, il visionario dei due Scudetti



 

A chi non è di Bologna forse questa foto non dirà nulla. Eppure Arpad Weisz, calciatore prima e allenatore visionario poi, vinse il suo primo scudetto lontano dalle due torri. Era la stagione 1929/30 e Weisz condusse al titolo l’Ambrosiana, il nome assunto dall’Inter negli anni in cui la parola Internazionale non era parola gradita. I suoi metodi, già allora, erano rivoluzionari. Arpad si allenava con i giocatori, indossando pantaloncini e canotta. Ne curava la dieta e i carichi di lavoro. Seguiva con grande attenzione i ragazzi delle giovanili tanto che in quella stagione fortunata lanciò in prima squadra un certo Giuseppe Meazza che a nemmeno vent’anni si aggiudicò il titolo di capocannoniere del torneo. Ma fu a Bologna che Arpad Weisz costruì la sua leggenda. E, purtroppo, fu il Bologna l’ultima squadra che allenò in Italia.

I trionfi al Littoriale e la morte

Due scudetti memorabili, nel 1935 e 1936, a rompere l’egemonia di una Juventus che appariva imbattibile. Il trofeo dell’Expo di Parigi, nel 1937, con un roboante 4-1 al Chelsea. Poi, nel 1938, la fuga dall’Italia. L’orrore delle leggi razziali costrinse Arpad Weisz, ebreo, a fuggire per l’Europa, verso i Paesi Bassi, dove la sua famiglia venne arrestata e deportata nel 1942. Il 31 gennaio 1944, a 47 anni, Arpad Weisz trovò la morte nelle camere a gas di Auschwitz.

Arpad Weisz in Bologna- Dicono di Lei

Leggiamo la descrizione che fa di Arpad Weisz Matteo Marani, giornalista e scrittore, raccolta in Bologna-Dicono di Lei, la guida letteraria di Elleboro Editore.

Visto da lontano Arpad Weisz non è alto e non è basso. Non è bello e non è brutto. E’ un uomo normale, nelle forme fisiche quanto nel volto. Eppure basta osservarlo qualche istante per non staccargli gli occhi di dosso. Ha qualcosa di misterioso e insieme di magnetico, una faccia simpatica e intelligente che si scopre lentamente. Il sorriso è vago e indefinito ma possiede anch’esso una strana magia. E’ un allenatore, un allenatore di calcio da una dozzina d’anni. In pratica ha cominciato quando veniva calata la prima pietra di questo stadio (il Dall’Ara allora Littoriale n.b.) fuori dal quale si trova adesso ad attendere i giocatori costretti dalla rottura del riscaldamento a usare le docce della piscina attigua al campo tra altri nuotatori scandalizzati.

 

 

 

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